I Classici della Ierologia: Fenomenologia della religione di Gerardus van der Leeuw

Se “il Sacro” di Rudolf Otto ha inaugurato una nuova comprensione dell’esperienza religiosa, Fenomenologia della religione (Phänomenologie der Religion, 1933) di Gerardus van der Leeuw ne rappresenta quasi il naturale sviluppo e per questo la presentiamo in questa rubrica. Con Il Sacro Otto aveva riportato al centro dell’attenzione l’esperienza del numinoso, Van der Leeuw si propone un obiettivo ancora più ambizioso: descrivere e comprendere l’intero universo delle forme attraverso cui il sacro si manifesta nella storia dell’uomo.

Storico delle religioni, teologo di estrazione riformata e studioso di straordinaria erudizione, Van der Leeuw costruì un’opera monumentale nella quale miti, riti, sacrifici, luoghi sacri, tempi sacri, oggetti di culto, figure divine e pratiche religiose vengono analizzati non come semplici fatti storici o antropologici, ma come espressioni di un’unica struttura fondamentale dell’esperienza religiosa.

L’opera di Van Der Leeuw nasce dall’incontro di due grandi tradizioni intellettuali. Da una parte vi è il debito evidente nei confronti di Rudolf Otto. Van der Leeuw condivide con Otto la convinzione che il sacro costituisca una dimensione originaria dell’esperienza umana e che non possa essere spiegato riducendolo a fattori psicologici, sociali o economici. Se Otto aveva descritto il carattere qualitativo del numinoso, Van der Leeuw ne amplia l’intuizione, mostrando come quella stessa dimensione prenda forma nell’esperienza concreta delle persone, analizzando le strutture esperienziali attraverso le quali il sacro prende forma nella coscienza e nella vita religiosa dell’uomo: miti, riti, istituzioni religiose e prodotti culturali.

Dall’altra parte, la sua metodologia è profondamente debitrice, come è evidente anche nel titolo del libro, della fenomenologia filosofica inaugurata da Edmund Husserl e sviluppata, in ambito filosofico-religioso, da Max Scheler. Dalla fenomenologia Van der Leeuw assume soprattutto l’idea che compito del fenomenologo della religione non è quello di spiegare il fenomeno religioso stesso ma “lasciare apparire” il fenomeno così come si offre alla coscienza, sospendendo (ἐποχή ), per quanto possibile il giudizio ed evitando in questo modo che la nostra comprensione del fenomeno religioso sia viziata o addirittura resa impossibile dal pregiudizio di cui è portatore l’osservatore o da spiegazioni premature e riduzionistiche. Comprendere il fenomeno religioso significa anzitutto descriverlo nella sua intenzionalità, nel modo in cui si manifesta all’uomo, prima ancora di spiegarlo mediante altre discipline.

Questa impostazione rappresentò una svolta metodologica straordinaria che oggi rischia di essere perduta. La religione non veniva più studiata esclusivamente come fatto storico, documento filologico o prodotto culturale, ma come esperienza dotata di una propria struttura di significato. Per questo la Fenomenologia della religione è divenuta uno dei testi fondativi della moderna fenomenologia della religione e, più in generale, uno dei grandi classici dello studio del sacro costituisce quindi uno dei testi fondamentali anche nella prospettiva della Ierologia.

L’influenza di van der Leeuw fu enorme. Mircea Eliade ne ereditò l’idea che compito dello studioso del sacro sia individuare le strutture permanenti dell’esperienza religiosa. Sviluppa ulteriormente l’impostazione di Van der Leeuw spostando l’attenzione alle modalità con cui il sacro si manifesta nel mondo e negli uomini. In questa prospettiva Eliade sviluppò quindi il concetto di ierofania, con il quale costruisce una vera e propria morfologia del sacro. Pur elaborando una prospettiva personale, e per noi di straordinario interesse, Eliade riconobbe sempre il debito nei confronti della scuola fenomenologica inaugurata da Otto e sistematizzata da Van der Leeuw.

Anche uno studioso molto diverso come Elémire Zolla, più attento alla dimensione sapienzale e contemplativa nello studio del Sacro, trovò nella fenomenologia della religione un’importante conferma della propria convinzione che simboli, miti e tradizioni non possano essere compresi riducendoli a semplici prodotti della storia o della psicologia. Sebbene il suo percorso, come detto, sia più orientato verso la sapienza tradizionale e la dimensione contemplativa, il suo modo di accostarsi ai simboli conserva molte affinità con l’atteggiamento fenomenologico di Van der Leeuw: comprendere prima di spiegare per poi lasciarsi trasformare da questa esperienza.

A partire dagli anni Sessanta e Settanta, tuttavia, l’opera di Van der Leeuw fu oggetto di numerose critiche. L’affermarsi delle correnti storicistiche, sociologiche ed etno-antropologiche portò molti studiosi a contestare l’idea stessa di una struttura universale dell’esperienza religiosa. Secondo questi approcci, in qualche modo riduzionistici, ogni religione può essere compresa soltanto all’interno del proprio contesto storico e culturale, mentre categorie come “sacro”, “religione” o “esperienza religiosa” rischiano di proiettare concetti storicamente e culturalmente situati su tradizioni profondamente differenti. La fenomenologia della religione venne inoltre accusata di privilegiare la descrizione rispetto alla spiegazione storica e di trascurare le dinamiche sociali e politiche che accompagnano la nascita delle religioni. Critiche alquanto ingenerose in quanto l’opera di van der Leeuw aveva un carattere fondativo sebbene sistematico e spettava a chi veniva dopo un approfondimento nella direzione criticata.

Molte di queste critiche, ad ogni modo, hanno certamente contribuito a rendere più rigorosa la disciplina. Tuttavia esse non hanno eliminato la domanda fondamentale posta da Van der Leeuw: è possibile comprendere il fenomeno religioso senza ascoltare ciò che esso dice di sé? La sua risposta rimane uno dei contributi metodologici più fecondi del Novecento: prima di spiegare il sacro, occorre lasciarlo apparire nella ricchezza delle sue forme. Ancor oggi, riletta a quasi un secolo di distanza mantiene una freschezza ed una attualità, nell’analisi delle strutture del sacro, sorprendente

Per la ierologia, la Fenomenologia della religione rappresenta un’opera imprescindibile. Essa insegna che il sacro non si manifesta soltanto nelle grandi dottrine religiose, ma anche nei simboli, nei gesti, negli spazi, nei tempi e nelle narrazioni attraverso cui l’esperienza religiosa ha dato forma all’incontro con il trascendente. Oggi l’invito e la lezione di Van der Leeuw conserva tutta la sua forza: comprendere il fenomeno religioso prima di ridurlo a qualcos’altro. È questa, ancora oggi, una delle intuizioni più feconde per ogni autentica ricerca ierologica.

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